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11 giugno 2010

Parto verso le 11 di mattina. Poco prima sono arrivati al campo due motociclisti per tentare di far colazione. Poi sono partiti verso sud. Il tempo è bello e la strada è buona.
Oggi il percorso sarà rivolto a sud, per la prima volta dopo mesi. Tranne in alcuni tratti, particolarmete bagnati o mal inghiaiati, riesco a tenere una buona velocità. A metà strada tra Deadhorse e Coldfoot incrocio Mick, il ragazzo irlandese che avevo conosciuto giù, nello Yukon. Rimaniamo a chiacchierare per un po’, mi racconta di aver visto due motociclisti caduti sulla strada su quei tratti di ghiaia sciolta. Ripartiamo nelle due direzioni opposte, ripromettendoci di sentirci ad Anchorage.

Percorro ancora un centinaio di chilometri e vedo un ragazzo in bicicletta, carico di borse. Mi accosto e ci salutiamo, poi ci fermiamo sul bordo strada. Si chiama Matt, è Canadese ed ha appena iniziato il suo viaggio che lo porterà, in un paio di anni, a percorrere in senso inverso il mio stesso itinerario. Ha ventuno anni e tanto, tanto coraggio. Non sa mai se arriverà e quando ad un centro abitato, non ha difese per il maltempo e per i grizzly si è provvisto di spay urticante. Se non è coraggio questo!!! Gli fornisco tutte le informazioni di cui dispongo su dogane, luoghi e genti che incontrerà. Poi ci lasciamo ma siamo già amici. Penso che lo risentirò presto via mail.

A metà strada il tempo si guasta e mi fermo per indossare tuta e stivali di gomma. Il vento però soffia forte e quando termino di vestirmi il cielo torna ad essere pulito.
Altre 2 ore di strada, in totale quasi 8 ed arrivo a Coldfoot. Qui rifaccio il pieno, restituisco la tanichetta che mi era stata prestata ed incontro numerosi motocisti che si sono fermati per rifornirsi. Questa è una tappa d’obbigo per chi transita nei due sensi, non ci sono altre stazioni di servizio per centinaia di chilometri. Mangio una barretta di cioccolato e riparto con l’idea di arrivare sul fiume Yukon e ridurre così la tratta a rischio, da percorrere in caso di pioggia.

Poco prima di me sono partiti anche altri bikers.La strada è scorrevole e dopo un paio d’ore li ritrovo in un’area di sosta. Ripartiamo assieme. Si può correre senza problemi, non c’è polizia da queste parti. Mancano ancora un centinaio di km per arrivare al fiume Yukon, quando il cielo comincia a farsi scuro e minaccioso. Tuoni e lampi davanti a noi. Decidiamo di fermarci e trovare un posto per accamparci. Giusto il tempo per individuare uno spazio tra gli alberi, scaricare e montare la tenda e cominciano i goccioloni di pioggia.Per tutto il tempo nugoli di zanzare hanno pasteggiato con il mio sangue. Ho tenuto sempre il casco e i guanti per ridurre la superficie di pelle esposta ma sono riuscite comunque a pungermi.
La pioggia scende violenta ed il cielo è squassato dai tuoni. Per fortuna il tutto dura solo una mezz’ora e poi smette. Il brontolio dei tuoni si allontana e riesco ad uscire nuovamente all’aria aperta. Poco prima che si scatenasse l’inferno, sono arrivati alcuni van e dalla parlata delle persone capisco che sono dell’est europeo. Ci salutiamo e mi invitano per un brindisi. Sono Cechi e mi offrono una birra, due bicchierini di tequila, un’altra birra (che non bevo) ed una bella salsiccia appena tolta dal fuoco. Sono molto gentili ed allegri. Sono molto diversi dagli americani e mi fanno sentire un po’ a casa. I due bicchierini e la birra mi fanno subito effetto. Mi ritiro nella mia tenda e penso che mi farò una bella dormita. Buonanotteeeee.


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10 giugno 2010

Mi son svegliato tardi, anzi no, sono rimasto a dormicchiare fino a tardi. Poi con calma ho smontato la tenda e caricato la moto. Dopo i soliti controlli di rito, ho preso la strada che porta sulla spiaggia. Ho percorso alcuni chilometri tra i numerosi cantieri del centro petrolifero, tra distese infinite di attrezzature e macchinari, su strade fangose e difficili, perennemente ma inutilmente in manutenzione.
Nulla da fare, la zona è off limits. Per accedere alla costa bisogna prenotare un passaggio sul bus dell’albergo (due tour per giorno, uno alle 7 di mattina ed uno alle 17), ottenere il pass e pagare 45 dollari. Mi sono ovviamente rifiutato. Non intendo assoggettarmi a questa gabella. Non ho percorso 33.000 km per poi arrivare nel punto più alto a bordo di un bus. Fa niente, fin qui ci sono arrivato in moto e per me va già bene così. Faccio il pieno nell’unico distributore (una pompa in un cortile, senza alcun cartello, difficile anche solo da individuare) senza vedere anima viva. Per fortuna la cassa automatica accetta la mia VISA (non sempre è stato così nelle stazioni di servizio americane). Poi dirigo verso il Deadhorse Camp, un prefabbricatone da cantiere adibito ad albergo. La stanza è pulita ed accogliente, i servizi sono in comune e c’è una specie di mensa. Una notte, un hamburgher, una cena (mah), una colazione, il tutto per la modica cifra di 245 dollari. Altrochè Sheraton o Hilton a 5 stelle.

Passo la giornata scrivendo, scaricando video e foto ed approfitto per lavare tutte le mie cose nella lavanderia del piano di sopra. Una giornata di riposo non guasta. Dalla finestra vedo lo strato di ghiaccio che mantiene ancora i 2 metri di spessore.
Quassù vivono e lavorano tra le 15 ed le 20 mila persone. Ce ne sono paradossalmente di più in inverno che in estate, in quanto nella stagione calda la tundra si trasforma in un acquitrino intransitabile. In inverno, invece, i numerosi e potenti mezzi aprono piste ovunque sulla neve, rendendo accessibili tutte le aree di perforazione. Ovviamente rimane il problema del freddo, in quanto la temperatura può raggiungere anche i 68 gradi sottozero, gli uomini lavorano su turni brevissimi e le macchine devono rimanere con il motore acceso H24. La solita, semplice vita di cantiere!!!


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9 giugno 2010: Prudhoe Bay, meta finale di questo viaggio dall’estremo sud all’estremo nord

Non c’è mai stato il buio, questa notte. Ogni tanto aprivo un occhio per cercar di capire se piovesse oppure no. La pioggia potrebbe essere l’unico impedimento lungo la via per Prodhue Bay. Sono gli ultimi 750 kilometri con prua a nord.

Di questo tratto di strada/pista, ne ho sentito parlare in tutte le maniere. Ho letto resoconti di viaggio, ho guardato dei video. Sembra che la prima parte, da Fairbanks fino a Coldfoot (il nome rende già bene l’idea di cosa ci si può aspettare), non presenti difficoltà. Il secondo tratto invece dovrebbe essere tutto in sterrato ed oltre le montagne, lungo la North Slope, la situazione potrebbe essere molto difficile, oltrechè variabile. Tutti raccomandano l’uso di pneumatici tassellati ma io monto delle gomme da misto e non intendo certo cambiarle per fare queste poche miglia. L’importante è che non piova. Le previsioni meteo sono contrastanti ma io terrò in considerazione solamente quelle che assicurano il sole.

Il mio programma prevede di coprire il percorso in due tappe. La prima, relativamente corta, fino a Coldfoot. Sono solo 330 km e pertanto me la prendo comoda. Sta piovigginando ed aspetto, sperando che il cielo si apra. Niente da fare. Alle 11 comincio a vestirmi ed indosso anche stivali e tuta da pioggia. Parto dopo mezz’ora, vestito come un palombaro. Piove e piove e piove. Entro nella zona delle miniere d’oro. Sarebbe possibile compiere la visita ad una di esse, con un trenino che ne percorre le gallerie. Entro nel piazzale e mi trovo davanti ad una quantità tale di pullman di turisti che giro la moto senza nemmeno fermarmi.
In tutta l’area la toponomastica ricorda i nomi più classici dei romanzi scritti e delle pellicole girate sull’epopea dei cercatori d’oro.
La strada si srotola lungo pendii e vallate verdeggianti, entro foreste fittissime i cui alberi sono però più piccoli ed esili.
Man mano che si procede verso nord, la vegetazione decresce e sempre più spesso noto ampie zone di alberi morti e vaste radure desolate, dove rimangono fuori dall’erba solo monconi di tronchi e qualche cespuglio.

Sul lato della strada, procedendo a zig zag, corre il tubo dell’oleodotto che trasporta il petrolio di Prodhue Bay fino ad Anchorage. É un’opera colossale e la strada che sto percorrendo è nata proprio a seguito della scoperta del petrolio, lassù, dove sto andando.
D’un tratto l’asfalto termina ed il fondo stradale divento uno sterrato. Ghiaietta sciolta ma tutto sommato si procede bene. Devo prendere le misure. Dopo tanto correre sull’asfalto è necessario “sentire” la moto. Tiene bene e dopo poco la velocità torna ad essere quella di prima.
Non piove più e le nuvole si stanno diradando. Il sole comincia a fare il suo lavoro e la temperatura sale. Ormai non c’è più nessun paese, nemmeno un piccolo gruppo di case eppure ci sono sempre le aree di sosta dotate di servizi igienici, ci sono i cassonetti per i rifiuti ed è sempre tutto pulito.
Ogni tanto ritorna qualche tratto di asfalto, poi nuovamente sterrato. Il fondo è di base argilloso e credo che con la pioggia potrebbe davvero diventare difficile e pericoloso.
Non si vedono più nemmeno i camperoni con macchina al seguito, solo camion, enormi, velocissimi, carichi di macchine operatrici o cisterne o chissà quali diavolerie da petrolio.

La natura è sempre più selvaggia. Ormai si vedono solo uccelli acquatici e corvi. Ora la scarpata scende verso il mitico Yukon River, protagonista di mille storie vere e di celluloide. É molto largo ed io mi sento piccolo piccolo.
Passo sul ponte e mi fermo a guardare le sue acque che mi scorrono sotto. Ormai fa caldo e mi fermo all’unico punto di ristoro tra Fairbanks e Coldfoot. Ci sono 24 gradi e mi tolgo la tuta ed alcuni altri strati. Il solito hamburgher, riempio il serbatoio con una benzina che diventa sempre più cara man mano che ci si avvicina al pozzo di estrazione della materia prima e riparto. La segnaletica è sempre perfetta ed ogni stradina, ogni fiumiciattolo sono indicati con il loro nome. Mi risulta pertanto facile fare il punto sulla mappa. Il GPS invece non riporta nessuna informazione utile, in questa parte del mondo, ma si limita a registrare la traccia.

Mi fermo spesso, tanto il sole è ancora alto. A volte, attraversando un ponte, vedo un colore particolare dell’acqua o il ghiaccio che ancora resiste alla corrente o qualche uccello che nuota e non posso che fermarmi e tornare indietro.
Quando tolgo il casco vengo però assalito dalle zanzare che in molti casi mi perforano le mani fino a fare uscire gocce di sangue.
Il ghiaccio qui è ancora molto spesso, sebbene nelle ore più calde la temperatura raggiunga valori inaspettati di oltre 24 gradi. Ci vorrà tutta l’estate per scioglierlo.

Arrivo a Coldfoot che sono appena le 18. Per fermarmi qui mi sembra ancora presto. Il sole è allo zenit, fa caldo. Il posto sembra più un accampamento di zingari o un cantiere. Polvere, rumori e camion che vanno avanti e indietro. No, non mi voglio fermare qui. Devo fare il pieno di benzina. Questa è l’ultima pompa prima di Prodhue Bay e mancano 250 miglia. La mia autonomia mi consentirebbe di arrivarci appena appena, ma solo se andro’ piano e non ci sarà molta salita. Meglio non rischiare. Devo trovare una tanichetta, una bottiglia, qualcosa che possa contenere almeno almeno 3 litri di benzina da scaricare subito nel serbatoio, dopo i primi 50 chilometri, appena s’è creato uno spazio sufficente.
Il gestore del bar mi presta una tanichetta da un gallone, ma non ha il tappo.
Ci metto un po’ ma poi risolvo e parto. L’idea è quella di procedere per un paio d’ore e poi di fermarmi per la notte vicino ad un lago, dove mi hanno detto che la gente a volte campeggia. Il primo inconveniente si presenta quasi subito. Per lavori stradali in corso, mi trattengono a far da pasto alle zanzare per quasi mezz’ora. Dopo una cinquantina di chilometri mi accorgo che sto per perdere la tanichetta. Mi fermo ed approfitto per svuotarne il contenuto nel serbatorio. Ci sta a filo.

La strada è tutta per me. Mi sono reso conto che non c’è più traffico. Quando mi fermo il silenzio è assoluto, irreale. Anche gli uccelli ormai si sono ritirati. Sono a mille metri di quota e l’atmosfera è tersa ed emana una luce strana, traslucida. Il sole è alto sull’orizzonte e quando non è nascosto dalle nubi, scalda ancora.
I tratti innevati cominciano ad essere più frequenti e la vegetazione arborea è sparita completamente.

Non manca moltissimo per Deadhorse, la cittadina nata sulla costa del mare artico. Comincia a solleticarmi l’idea di arrivare fino alla meta con il sole di mezzanotte. Perchè no, sarebbe bellissimo. E poi qui non c’è nemmeno un boschetto dove ripararsi. Le montagne che sto attraversando coprono il sole e all’ombra la temperatura cala subito di alcuni gradi. Ormai il termometro segna quasi sempre 12 ma al sole sale ancora fino a 16.

La vista delle montagne che si colorano di rosa al tramonto mi ricorda le dolomiti. Vado avanti ed comincio a salire. Di tanto in tanto c’è qualche stazione di pompaggio e rilancio del petrolio nell’oleodotto. Un campo enorme con molti serbatoi, containers, macchinari, officine ed alloggi per il personale. Ma non si vede un’anima viva. Siamo io e quel tubo enorme che corre a fianco a me come un serpente lucido e infinito. In qualche modo mi fa compagnia e mi rassicura.

Accarezzo il serbatoio della mia Hondina, come farei con un puledro di razza. Non abbandonarmi bella mia, siamo quasi arrivati, ormai. Salgo al passo e sono tra montagne ancora imbiancate di neve, poi inizio la lunghissima discesa dello North Slope. Si apre davanti a me la tundra, piatta e ventosa. Il blizzard comincia a farsi sentire subito e il termometro scende ad una velocità impressionante. Io sono ben coperto, mi son rimesso la tuta da pioggia perchè il vento mi penetrava fin sulla pelle. Sto bene, tranne i piedi che sono sudati negli stivali di gomma ed ora stanno gelando. Mi ero messo anche due pastiglie riscaldanti incollate ai calzini, ma il loro effetto è terminato già da alcune ore. Qui non c’è rifugio. O torno indietro o devo arrivare fino a Deadhorse.

Mi attraversano la strada diversi branchi di caribù e si fermano a guardarmi. Sono molto belli e con questa luce strana sembrano proprio le renne di Babbo natale. Ormai mi mancano solo una cinquantina di kilometri ma nonostante io vada verso nord, il sole ce l’ho proprio in faccia, all’altezza degli occhi, abbagliante. La pista è sconnessa e a tratti ci sono dei solchi o delle buche, poi ghiaino sciolto ed infine comincia ad esserci il ghiaccio. Non vedo nulla, sono accecato dal sole.
Lo spettacolo è affascinante, ma non vado avanti. Devo rallentare fino a 20 km/h o guidare con una sola mano per poter tenere l’altra a protezione degli occhi. Rallento. Questo ultimo tratto non finisce mai. Il vento laterale mi spinge e la temperatura è di soli 2 gradi. La strada luccica di ghiaccio e si confonde con la neve che ricopre la tundra, sui due lati.

Finalmente intravvedo qualche sagoma di costruzioni in lontananza. Mi ci vorrà però ancora mezz’ora per arrivare ai primi insediamenti. Sono dei capannoni industriali e file infinite di macchinari. Una desolazione assoluta. Le luci sono accese ma sbiadiscono con questo irreale chiarore diurno. Mi avevano detto che non sarebbe stato possibile montare una tenda sul posto. Non è consentito per ragioni di sicurezza. Che fare? Qui fa un freddo tremendo. Non c’è un’anima da nessuna parte. Il silenzio è assordante. Penso a dove piantarla. Gli unici posti possibili sono degli slarghi lungo la strada appena percorsa ma il fondo è di ghiaia compatta e con questo vento temo che mi sarebbe difficile tenerla ferma senza i picchetti. E si, perchè i picchetti mica si piantano sul terreno ghiacciato. Poi, alla disperata, entro in una stradina che si inoltra nella tundra e fermo la moto.
Scendo e mi inoltro su quello che difficilmente potrebbe definirsi un prato, ma ci assomiglia. Ci sono dei cespi di un’erba strana, secca e dura e ritorta. Sembrano cespuglietti di alghe. Sotto c’è sabbia e sembra morbida. Ok, è deciso, monterò qui, poi se qualcuno verrà a mandarmi via, dovrà almeno aiutarmi a smontare e caricare la moto. Ma allora sarà già mattina. Detto fatto, più detto che fatto, alle 2,30 di mattina saluto la piccola, che lascio sulla pista ad aspettarmi, mi infilo nel sacco a pelo e comincio a massaggiarmi i piedi che sono gelati. Fuori il sole sta ormai girando ad oriente e tra poco sarà mattina.


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8 giugno 2010: welcome to Alaska!

Mancano ancora 33 km per raggiungere l’Alaska, il mio traguardo di questo viaggio.

Parto tardi ed arrivo alla frontiera verso mezzogiorno. La dogana Canadese non esiste, quella degli USA sì, ma è piuttosto sbrigativa e poco formale.
Questa volta, a differenza di quando son passato da San Diego, in California, mi fanno compilare il foglio verde e mi prendono le impronte digitali. Il tutto non richiede più di 10 minuti.

Il doganiere è un motociclista ed ha prestato servizio a Prodhue Bay per diverso tempo. Mi fornisce alcune informazioni sulla strada e poi esce dall’uffico per vedere la mia Africa e farle i complimenti.

Procedo con calma, sempre osservando la boscaglia ai lati della strada alla ricerca di animali selvatici. Oggi non riesco a vedere nulla di interessante. La vegetazione cambia ma non di tipologia, bensì di dimensioni. Le piante sono sempre le stesse, con la stessa incredibile densità di uno o due esemplari a metro quadro, ma più piccole e più striminzite. Il cielo è azzurro ma poi comincia a coprirsi. Qualche piovasco qua e là ma riesco ad evitarli finchè, verso sera, vedo in lontananza che il cielo è di un buio differente.

Mancano ancora 200 km. Mi fermo per riflettere e prendere tempo, poi decido di indossare la tuta. Dopo poco comincia a scendere il diluvio e dopo ancora un po’ inizia a grandinare. In pochi mnuti la strada è ricoperta di ghiaccio in palline e la temperatura è scesa a due gradi sopra lo 0. Combatto con la visiera che si appanna in continuazione, poi rinuncio e la tengo leggermente alzata.

Finalmente torno a vederci, la natura si sta placando. Quando arrivo a Fairbank sono piuttosto infreddolito, i piedi sono bagnati fradici e impiego più di 2 ore per visitare alberghi, trovandone solamente uno e molto caro.
Ora sto finendo di scrivere il diario ed inviare le foto ed i video per il sito. É l’una di notte e fuori è ancora pieno giorno.


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7 giugno 2010

Ieri sera ho avuto problemi con il collegamento internet e la sera prima proprio non c’era rete. Questa mattina, prima di partire, faccio un giro per il paese in caccia di collegamenti wi-fi free. Ne trovo uno con difficoltà e scarico la posta. Sto aspettando delle risposta per la spedizione della moto ed ogni giorno può essere prezioso. Se mi dovesse aver scritto qualcuno e nemmeno stasera dovessi trovare copertura, sarebbero trascorsi 3 preziosi giorni inattivi. Invece non c’è nulla. Passo in un negozio specializzato per procurarmi un sacco a pelo e parto. Ho inserito nel GPS il punto di frontiera tra Yukon ed Alaska. Sono 485 km di strada da percorrere e poi sarò arrivato a destinazione.
A metà strada incontro tre magnifici esemplari di orso. Sono due cuccioli con la madre, tutti di color champagne. Sono splendidi. Quando li vedo comincio a rallentare ed i cuccioli mi sentono e subito si alzano sulle zampe posteriori per guardare cosa sta succedendo. Quando mi fermo mamma orsa non perde tempo e se li trascina nel sottobosco. Purtroppo nemmeno questa volta riesco ad immortalare la scena.


Qualche notizia sul territorio:

L’Alaska con i suoi 1,477 km2, è il più esteso stato degli USA, quasi due volte il Texas, che è il secondo in classifica.
Detiene anche altri record, come per esempio il monte McKinley che, con i suoi 6096 metri di altezza, è il più alto del Nord America. Il fiume Yukon, che la attraversa, è lungo 3019 km ed è il terzo degli USA per lunghezza. Oltre allo Yukon ci sono altri 3000 fiumi, oltre 3 milioni di laghi, più o meno 100.000 ghiacciai e ben 46 vulcani attivi. Forse ieri ho fatto il bagno sopra uno di loro.
Tralasciando la preistoria che ha visto l’uomo attraversare l’attuale stretto di Bering già 30 o 40000 anni fa, in tempi a noi più vicini la prima esplorazione dell’Alaska sembra essere attribuibile a Bartholome de Fonte, nel 1640 che navigò verso questa terra, partendo dal Messico. Il danese Bering lo seguì solo nel 1728 ma vi posò piede solo trent’anni più tardi.
Furono invece i Russi che per primi vi stabilirono un insediamento fisso ed iniziarono la caccia intensiva agli animali da pelliccia, arrivando addirittura ad impoverire la fauna locale.
Gli inglesi arrivarono tardi, solo nel 1778, quando il Capitano James Cook fu incaricato dall’Ammiragliato di ricercare il mitico Passaggio a Nord Ovest.
Nel 1860, con il declino del commercio delle pelli, i russi pensarono di contattare gli americani per trattare la vendita del territorio che ritenevano ormai impoverito. Nel 1867 il segretario di stato americano William H. Seward firmò il trattato di acquisto dell’Alaska per la somma di 7,2 milioni di dollari.
All’inizio fu solo la caccia alle balene, poi la pesca ai salmoni di cui erano ricchi i fiumi ed infine la scoperta dell’oro ad attirare in questo paese una moltitudine di persone.
L’Alaska divenne il 49° stato dell’unione solamente nel 1959.
Nel 1968 vi fu scoperto il petrolio.
Nel 2010 ci sono passato anch’io…………………….


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6 giugno 2010

Il freddo della notte si è fatto sentire. Anche i rumori della foresta in cui siamo immersi, sono stati una compagnia. Quando Nini è rientrato in Italia, per sbarazzarmi di più peso possibile, ho sciaguratamente infilato nella borsa anche il sacco a pelo che avevo portato con me per tante migliaia di kilometri. Si sa, quando fa caldo da tanto tempo, sembra impossibile che si possa anche aver freddo. Tant’è che mi son dovuto vestire con tutti gli strati di cui disponevo. Fortunatamente ho sempre con me una di quelle speciali coperte salvavita costruite con un foglio di argento e oro di spessore micrometrico che servono per trattenere il calore del corpo. Verso le 4 di mattina battevo comunque i denti ed allora ho acceso il riscaldamento interno, ingurgitando una sostanziosa barretta di miele e dolcezze varie che mi ha dato sufficenti calorie fino a mattina.

Nell’incognita di cosa troverò più’ avanti, appena troverò un paese vero, dovrò procurarmi un sacco a pelo. In quest’area ci sono moltissimi campeggi ma pochi altri tipi di alloggi e molti di questi sono anche chiusi, come pure molti distributori di benzina.Avrei tanto desiderato un’altra immersione nell’acqua bollente della fonte termale ma avrei perso troppo tempo. Oggi voglio arrivare a Withehorse e mancano 650 km. Considerando che non voglio correre a più di 110 km/h per risparmiare la moto, che mi devo fermare tutte le volte che vedo una pompa di benzina e che devo anche mangiare e scattare qualche bella foto, mi ci vorranno almeno 10 ore. Alle 10,30 sono pronto. Mick si ferma ancora un giorno, io vado. Ci scambiamo le reciproche mail e ci salutiamo con la promessa di risentirci più avanti, lungo la strada.
650 km non sono tanti ma serve comunque un sacco di tempo. Potrei andare più veloce, come nel tratto percorso ieri con Mick ma ritengo che per un’ora in meno di viaggio ci siano troppe controindicazioni. Vediamo i vantaggi dell’andare piano: a 110 all’ora il motore gira a meno di 5000 giri e si sente che respira bene, non è sotto sforzo. Consuma meno olio (molto meno) e meno benzina (che non guasta). Si viaggia più rilassati e c’è una maggior possibilità di guardarsi attorno in cerca di avvistamenti di animali selvatici. Infine ci vuol meno a fermare la moto se si nota uno scorcio di panorama che val la pena di fotografare. Se si corre è più difficile attaccarsi ai freni ed in genere si tira dritto.
C’è anche una questione di sicurezza da non sottovalutare. Ogni tanto si vedono infatti sull’asfalto tracce di sangue e qualche carcassa di animale a lato strada.
Procedo comunque spedito e faccio molte riprese con la videocamera del casco (solo in serata mi accorgerò poi che le batterie erano scariche). Ad un tratto, in lontananza, una sagoma nera si staglia contro il cielo. Rallento ed arrivo a fermarmi a poche decine di metri da un colossale bisonte che sta attraversando la carreggiata. Si prende tutto il suo tempo e va a raggiungere 3 altri bestioni che pascolano sul prato. Sono davvero enormi ma hanno un’aria pacifica. Sono un po’ impressionato e non conoscendo il carattere delle bestie, non le perdo di vista e seguo tutti i loro movimenti. Ho fermato la moto, spento il motore e aperta la borsa per estrarre l’attrezzatura fotografica. Per far tutto ciò devo anche togliermi i guanti. Pian piano, sempre brucando, la piccola mandria comincia ad avvicinarsi. Sto riprendendo la scena e quando abbasso la videocamera, realizzo che gli animali si sono avvicinati fino a pochi metri. Non mi sento tranquillo e in tutta fretta infilo le cose alla rinfusa nella borsa, non metto nemmeno i guanti ed accendo il motore. Loro non si scompongono. Mi allontano quanto basta, mi fermo nuovamente e metto tutto a posto. Mi sono emozionato. Ho pensato a quanti di questi bestioni popolavano questo territorio ed a come sono stati annientati dall’avidità e stupidità dell’homo sapiens.
Continuo a viaggiare. Le ore passano ma il sole è sempre alto. C’è un’atmosfera strana, quasi irreale. Il cielo è chiaro e luminoso come in pieno giorno ma quando il sole viene momentaneamente coperto da una nuvola, quasi cala la notte e la temperatura cala subito di qualche grado.
Arrivo a Whitehorse che sono già le 21 ed è ancora giorno pieno. A mezzanotte chiudo le tende per avere un po’ di buio.


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5 giugno 2010

Gentile la signora, però il conto è un po’ salato. D’altra parte non avevo alternative, anzi, penso che d’ora in avanti i prezzi saranno piuttosto elevati. Comunque la signora le uova all’occhio di bue me le ha fatte sode e il bacon sembrava baccalà. E brava la signora. Però gentile, almeno!

Lascio il B&B dopo aver fatto i soliti controlli alla moto. Il cielo è blu e promette bene. Per prima cosa rifornisco al distributore che ieri sera era chiuso, poi mi avvio sulla strada. Faccio subito un avvistamento di una coppia di black beard che sono sul lato destro della strada. Mi fermo sul ciglio e rimaniamo a guardarci negli occhi. Dopo un po’ si stancano e se ne vanno.
Arrivo a Fort Nelson e cerco un rivenditore di olio motore. Meglio fare scorta in previsione dei km che mi mancano e dei prezzi che aumentano. Fuori dal paese  un cartello avverte che non ci sono stazioni di servizio per 245 km. La strada è buona e non dovrei aver problemi d’autonomia. Come al solito, il traffico è costituito quasi completamente da mezzi di turismo, in particolare camper, anzi, corriere adibite a camper, con auto al rimorchio. Da noi ci vorrebbe la patente z.
É straordinario come venga fatta la manutenzione della strada. Anche a 200 km dal più piccolo villaggio, ci sono le aree di sosta con i wc, i bidoni della spazzatura e l’erba tagliata, mai un foglio di carta, una bottiglia vuota o un sacchetto di plastica a terra.
Ad un certo punto intravvedo delle strane lagune. Qualcosa attrae la mia attenzione. Rallento, mi fermo e torno indietro. E si, come pensavo, sono laghetti artificiali, nel senso che sono stati creati a seguito della costruzione di una serie di dighe. Con che materiale? Legno!! Attorno ai laghetti si vedono alberi recisi e il moncone di tronco che sorge dall’acqua presenta la caratteristica forma conica provocata dagli incisivi dei castoro. Rimango ad aspettare ma gli animali non si fanno vedere. Dopo poco si ferma una moto. E Mick, un ragazzo irlandese che sta girando l’america come me. Per ora sale verso nord, partito da Seattle, ma poi scenderà fino a Panama. Ci presentiamo e decidiamo di proseguire assieme per quanto ci resta da percorrere oggi. Il problema dei distributori è serio, bisogna stare attenti a non perderli, quando ci sono, perchè altrimenti la distanza raddoppia e si rischia di rimanere a secco. Facciamo perciò benzina ogni volta che ci capita di vedere una pompa. Il prezzo sale e qualcuno ne approfitta al punto di raddoppiarlo.

A sera arriviamo a Hot Spring. Una locanda, senza camere libere, un campeggio e nessun distributore, niente copertura di rete, nè di telefono. Non mi rimane che l’opzione tenda. Terminata l’operazione di montaggio e sistemati i bagagli, andiamo alla Hot Spring. Un camminamento su palafitte ci porta fino alla fonte.Nella vasta piscina naturale fumante c’è ancora molta gente, nonostante sia tardi. Entriamo anche noi. L’acqua scotta a tal punto che bisgna immergersi con cautela e lentamente. Vicino alla sorgente supera i 55 gradi. Un bel bagno rilassante era proprio ciò che mi serviva.
Torniamo alla piazzola, inseguiti dai feroci mosquitos ed accendiamo un falò per allontanarli con il fumo. Sembra che funzioni. Alle unidici è ancora chiaro ma ci buttiamo sotto la tenda perchè la giornata è stata comunque dura.
Domani Mick rimarrà a riposarsi qui, mentre io vorrei partire presto ed arrivare fino a White Horse, nello Yukon. Per Fairbanks mancano 1.750 kilometri. Le notizie sulla viabilità da lì a Deadhorse, sono controverse. Sarà necessario verificare meglio una volta sul posto. Anche la meteo sarà determinante nella decisione. Se dovesse piovere sarei costretto a rinunciare in quanto gi pneumatici che monto non sono adatti per il fango.


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4 giugno 2010

Il diario di ieri sera mi ha tenuto sveglio fino all’una. C’erano tante più cose che avrei voluto scrivere ma poi ho pensato a Nini che diceva sempre che sono prolisso e così ho tagliato corto (si fa per dire).

Il cielo è rimasto chiaro fin oltre le 23 e stamattina alle cinque era già nuovamente giorno. Avrei avuto voglia di alzarmi e partire a quell’ora ma poi il sonno mi avrebbe tormentato durante il viaggio. Anche i 4 gradi di temperatura sconsigliavano una partenza mattiniera. Così ho deciso di rimanere a poltrire fino alle 8.

I miei compagni di camerata (chiedo scusa per il gioco di parole), si erano alzati alle 5 per recarsi al lavoro lungo la strada in costruzione. Colazione la faccio con i biscotti che avevo comperato ieri sera. Perdo una mezz’ora per collegarmi ad internet e scaricare foto e diario sul sito ma la rete non regge e non riesco a completare l’invio. Poco male, provvederò stasera.

Stanotte ho avuto modo di pensare al racconto del gestore del campeggio, quello sugli incontri del terzo tipo con i grizzly. Io non prevedo di avventurarmi nei boschi ma potrebbe sempre capitarmi un guasto alla moto nel bel mezzo della foresta (qui è tutta foresta e se la moto si dovesse fermare in un posto qualunque, mi troverei esattamente “nel bel mezzo della foresta”). Ecco pertanto che prima di partire decido di procurarmi un’arma, più per una questione psicologica che pratica. Dubito infatti che mi cimenterei in un corpo a corpo con un grizzly o anche con un orsetto lavatore. Psicologia o no, il fatto di avere a portata di mano un bel coltellaccio da caccia con una lama affilatissima di 22 centimetri, non mi dispiace.

Monto la telecamerina sul casco e parto. Oggi niente tuta e niente stivali. Il cielo è tutto blu, le previsioni rosee, io fiducioso. Arrivo quasi subito alle propaggini delle Rocky Mountains e le attraverso salendo lentamente con le ampie curve della highway 97. Poi dirigo su Dawson Creek, celebre in quanto dal centro cittadino prende origine la storica “Alaska Highway”. Un monumento indica la posizione del kilometro 0.
La sua costruzione iniziò nel 1941, a seguito dell’attacco giapponese alla base di Pearl Harbour, per garantire un collegamento con l’Alaska non dipendente dalle vie marittime. Per quanto ho potuto leggere su alcuni libri e per le fotografie che hanno ripreso le fasi lavorative, posso affermare che la sua costruzione è stata davvero un’impresa eccezionale. Dal marzo 1942 al novembre dello stesso anno, 10.000 militari e 6.000 civili, lavorando h 24 sui due fronti, hanno completato i 2500 km di strada fino a Fairbanks.

Fatta la foto di rito, imbocco nuovamente la 97 in direzione nord. Il paesaggio è diverso, nella prima parte. I terreni sono coltivati in maniera estensiva e dove non ci sono coltivazioni ci sono recinti di bestiame o pascoli. Più avanti la pianura cede il passo alle prime colline, i pascoli diventano foresta. É qui che faccio il primo avvistamento della giornata. Sul lato destro, appena sotto strada, vedo una sagoma marrone, un batuffolone di pelo bruno. Sto correndo e riesco a fermarmi solo dopo un centinaio di metri, forse meno. Il tempo di accendere la telecamera sul casco, di invertire la marcia e quando ripasso non vedo che il prato. Vuoto! Pazienza, mi dico, sono appena all’inizio e non mancheranno le occasioni.
Qui a nord ritrovo tra la gente un atteggiamento che non avevo più notato nell’ultimo mese. Le persone, ho capito, diventano più gentili in maniera proporzionale con l’aumentare delle difficoltà ambientali. Già da ieri avevo notato questa differenza ed oggi ne ho avute altre dimostrazioni. Ieri sera, cosa che non mi capitava da tempo, ho fatto rifornimento prima ed ho pagato poi. Tutto qua? Eh no, non è cosa da poco, c’è tutto un atteggiamento mentale diverso che questo semplice fatto denota. Anche oggi, nella stazione di servizio dove ho anche preso un caffè, i gestori, cinesi, me lo hanno offerto come dono di benvenuto in Canada. E questa sera la proprietaria del B&B dove mi son fermato mi ha messo subito in forno due tranci di pizza perchè il ristorante alle 9 era già chiuso e il conto lo pagherò domattina e non in anticipo come sempre.

Torno agli avvistamenti.
Sto procedendo spedito. Vedo davanti a me, sul lato sinistro della strada, un pelone nero che si affaccia dalla scarpata. Rallento. Lui si ferma. Gli passo davanti e ci guardiamo negli occhi. Che musone simpatico, che pelo nero!! Un orso nero non l’avevo ancora visto. Avevo appena tolto la telecamera perchè, correndo, mi dava fastidio. Mi fermo ad una cinquantina di metri ed apro freneticamente la borsa da serbatoio per estrarre la telecamera e posizionarla sul casco. L’operazione va per le lunghe, non riesco ad inserire la telecamera nell’attacco sopra al casco. Nel frattempo tengo d’occhio la bestia nello specchietto. Vedo che si posiziona a centro strada e rimane ferma ad osservarmi. Sto per completare il montaggio e riaccendere il motore ma sopraggiunge un veicolo ed il mio orso riprende la strada del bosco. Due persi su due. Ora la telecamera la terrò sempre in posizione. Dopo mezz’ora, sempre sul lato sinistro ecco due cerbiatti. Il tempo di rallentare e fermarmi e dallo specchietto li vedo mentre attraversano e lentamente se ne vanno. Mi giro, accendo la telecamera e mi avvicino in tempo per vederli sparire tra gli alberi. Tre persi su tre!!
Ancora avanti. Questa volta lo vedo da lontano. É grosso grosso e nero nero. Rallento e mi fermo sul ciglio della strada. É li, a meno di venti metri da me, fuori dal bosco ma tra l’erba alta. Ha sentito la moto. Si alza sulle zampe posteriori e muove le orecchie. Mi osserva ed io lo osservo. Non so se spegnere il motre o tenerlo acceso e pronto. Poi lui si abbassa e ritorna a fare i fatti suoi. Spengo, prendo la macchina fotografica ed aspetto. É quasi invisibile, tra l’erba alta. Si vede solo la sagoma. É un bel bestione. Vorrei riprenderlo con la cinepresa che ha uno zoom più potente ma dovrei smontare mezza borsa, togliermi i guanti, trafficare con cose che poi mi impedirebbero di partire con rapidità. Aspetto ma lui se ne frega. Dopo cinque minuti decide di andare. Lui di là ed io di qua. Bella emozione però. Il sole è ancora alto ma mi rendo conto che dev’essere già tardi perchè non c’è più nessuno sulla strada. Infatti sono quasi le 9 ed il traffico è sparito. Mi mancano ancora un centinaio di chilometri ma sono scarso di benzina. Dovrei farcela ma non ne sono completamente sicuro. Ho corso molto ed il consumo potrebbe essere stato più forte che nella media dei giorni scorsi. Per fortuna più avanti c’è un distributore, ho visto il cartello segnaletico. Quando arrivo però lo trovo chiuso. Rimango un po’ a valutare sulla situazione. É vero che ho la tanichetta di scorta ma ho notato che con lo sfregamento si è bucata e sta perdendo benzina. Non ho più la quantità intera. Poco prima della stazione di servizio ho notato l’insegna di un B&B. Ci vado. Sono ancora a cavalcioni dell’Honda che si apre una porta ed esce la proprietaria. Si, mi conferma, ho ancora una camera.


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3 giugno 2010

Giornata favorevole e favolosa. Il chiarore entra prepotentemente nella stanza, annullando lo schermo delle tende. Mi sono addormentato tardi ieri sera, anzi questa mattina e dormirei volentieri ancora un po’ ma non resisto al richiamo della luce. Mi avvicino alla finestra e scosto la tenda. Il prato luccica per le goccioline di pioggia che riflettono la luce del sole. Dalla grondaia l’acqua cola ancora. Mi vesto con calma e comincio a caricare i bagagli sulla moto.
Guardo il cielo che promette sole e promette pioggia. Decido di rischiare e parto senza tuta impermeabile. Tengo però calzati gli stivali di gomma.

Le prime due ore trascorrono giocando a rimpiattino con le nubi che scaricano pioggia da ogni parte, davanti, a lato e dietro di me. La temperatura è bassa  però mi sento bene. Mi sto avvicinando a Prince George, l’ultima città della British Columbia che meriti di essere chiamata così.
Faccio rifornimento ogni volta che trovo un distributore, in media ogni 100 o 130 km. Se ne dovessi saltare uno potrei rischiare di rimanere a secco. Ho riempito per prudenza anche la tanichetta di scorta, come non facevo ormai da molto tempo.
Anche oggi pochi camions e molti camper. I boschi si susseguono ai boschi ed i laghi ai laghi. La ferrovia corre a lato della strada ed un lunghissimo treno merci mi fa compagnia per un lungo tratto. Mi verrebbe da fermarmi dopo ogni curva, quando lo sguardo si allarga su valli e montagne e laghetti incontevoli. Alcuni sono solo delle paludi e dall’acqua spuntano tronchi d’albero secchi e spogli. Nella trasparenza dell’acqua, ad ogni alito di vento si creano giochi di luce e magici riflessi. Spengo il motore e l’apparente silenzio della foresta torna a vivere del canto degli uccelli, del fruscio delle fronde, degli scrosci d’acqua del torrente che passa sottostrada. Non ho mai visto una pattuglia di polizia anzi, non ho mai visto un poliziotto. E le giubbe rosse ci saranno ancora? A cavallo? Spero proprio di riuscire a vederle, mi hanno sempre ispirato una gran simpatia. Considerato che fino ad ora non le ho viste, ne approfitto per tirare un po’ oltre al limite e guadagnare strada.
Il motore suona come un violino ed io, per la prima volta, sento il desiderio di musica. Infilo le cuffie sotto al casco ed avvio Beethoven, tutte le sinfonie, random!! Mi viene da cantare ma ho paura di spaventare l’alce. Si, perchè finalmente l’ho visto, l’alce! Magari per ora solo sul cartello stradale ma l’ho presa come una promessa. Ora l’alce va ad aggiungersi a tutto l’altro bestiario di cui ho visto le silhouettes sui cartelli stradali, a partire dal guanaco per passare poi alle rane, ai serpenti e persino al bradipo e alle iguana.

I paesi sono sempre più rari ed anche quando ne leggo il nome sulla carta, a volte sono solo 4 case. Alle 7 di sera ho percorso 400 km e mi fermo per far benzina. Chiedo se ci sono hotels nelle vicinanze ed il gestore mi informa che dovrei deviare di 30/40 km per trovare un paese e poi domattina ritornare a percorrerle per riprendere il cammino. In alternativa dovrei avanzare di altri 150 km sulla freeway. Ma c’è un passaggio tra le Rocky Mountains e ci vogliono più di 2 ore.
Parliamo del mio viaggio e dopo un po’ mi offre la disponibilità di una stanzetta nel suo campeggio. É uno steccone di prefabbricato uso cantiere di una cinquantina di metri di lunghezza, con docce e servizi in comune. É perfetto, non me lo faccio ripetere e pago senza nemmeno aver visitato la stanza. Mi prendo una bella doccia calda, mi vesto e salgo appena in tempo per ingurgitare l’ennesimo hamburgher prima che il “ristorante” chiuda. Qui non si mangia d’altro. Hamburgher così, hamburgher colà, in tutte le forme, con tutte le salse ma sempre dello stesso gusto. Povere le mucche che pascolavano lungo la starda, ecco la fine che faranno, hamburgher!!!!!
Ho anche capito perchè fanno tanti hamburgher, la carne è durissima e così praticamente la premasticano.
Da noi il mangiare è anche un piacere, qui si mangia per nutrirsi. Eh si, perchè dopo un po’ che si sta qui, si rimpiange perfino il “caldo de pollo” del sudamerica.
Riescono a mettere su tutto tali e tante spezie e salse che mi si è gonfiata la lingua e faccio fatica a deglutire. Ogni tanto sono costretto a ricorrere ad un ristorante cinese, il che è tutto dire, per cambiare regime e magari mangiare una zuppa.

Dal tavolo della sala da pranzo vedo il bosco. Il sole ne accende i colori e benchè siano già le nove di sera, ancora indora le rocce ed i prati ingialliti. Percorro ormai quasi 400 km al giorno verso nord ed ogni sera il tramonto si sposta più avanti. Stasera il cielo è stato chiaro fino alle 11,30.
Dopo cena mi sono seduto sotto al portico, davanti allo shop. Una volpe grigia mi si è avvicinata cautamente ed è venuta a mangiare dalla mia mano. Straordinario.

Il gestore dello shop mi ha raccontato storie d’orsi, di grizzly. Vivono in questa zona almeno 2 persone che hanno incontrato un grizzly e sfortunatamente non erano armate. Entrambe hanno il volto devastato dai morsi e dalle unghiate dell’animale. L’orso nero è cattivo, mi racconta, ma c’è qualche speranza di salvezza. Con il grizzly non c’e nulla da fare. Corre, si arrampica e nuota più veloce di te e se non hai un fucile, puoi solo accucciarti a terra e rimanere immobile, sperando che ti annusi, ti lecchi e se ne vada disgustato dalla tua puzza. E si, perchè nel frattempo chi riuscirebbe a trattenersi?
Nel negozio sono appesi in bella vista numerosi coltelli e pugnali. Me li faccio mostrare e rimango a maneggiarli per un po’, indeciso. Che possano mai essermi utili nei prossimi giorni?
Temo che più avanti diverrà difficile anche il collegamento via internet, come pure il reperimento di alloggio. É il prezzo da pagare per poter disporre di spazi enormi ed incontaminati e godere della generosità della natura.


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2 giugno 2010

Stamattina, prima ancora di aprire gli occhi, ho teso le orecchie per capire se il rumore di fondo che sentivo provenisse da una doccia del piano di sopra o della pioggia sulla tettoia sotto alla finestra. Valida la seconda!!! Mi sono girato dall’altra parte ed ho proseguito da dove avevo interrotto. Dopo un’oretta, ancora steso, ho cominciato a sentire il letto vibrare. Il treno era passato da poco ed era ormai lontano. Nella stanza a fianco non mi pareva ci fosse qualcuno. Non si poteva trattare che di un terremoto e bello lungo anche. Beh, io di alzarmi non ne avevo proprio voglia e così sono rimasto steso, a contare i secondi di durata della scossa. Una ventina direi, forse di più. Su internet ho trovato questo interessante articoletto: “Each year, seismologists with the Geological Survey of Canada record and locate more than 1000 earthquakes in western Canada. The Pacific Coast is the most earthquake-prone region of Canada. In the offshore region to the west of Vancouver Island, more than 100 earthquakes of magnitude 5 or greater (large enough to cause damage had they been closer to land) have occurred during the past 70 years”.

Continua a piovere forte e così approfitto per studiare la cartina e pensare a dove potrei arrivare in giornata. Verso le undici la pioggia diventa pioggerellina e così approfitto per caricare la moto. Posiziono le sacche morbide all’interno delle valige di alluminio, carico la borsa sul serbatoio e scarico gli stivali di gomma che oggi mi serviranno di sicuro.

Salgo in camera per vestirmi e la pioggia ricomincia a cadere con maggior forza. Che fare? Alle undici devo lasciare libera la stanza e fuori piove. Mi vesto ma indosso solo la parte bassa della tuta impermeabile e gli stivali. Tengo la finestra aperta per avere un po’ di aria fresca ma già inizio a sudare. Mi sposto nella Hall e aspetto. Fa caldo e sento le gocce di sudore che mi scendono lungo il collo. Esco all’aria aperta e mi sembra di stare meglio. Finchè son li, indeciso se vestirmi o meno, osservo il bidone della spazzatura che sta a lato dell’ingresso. Pur essendo in centro del paese, anche questo ha il dispositivo di chiusura anti orso. Per evitare che gli orsi che di notte dovessero scendere in paese in cerca di cibo riescano ad aprire il bidone, lo hanno dotato di una chiusura particolare, azionabile solo mediante l’introduzione di una mano in un’apposita tasca. Il bidone è inoltre dotato di una solida zavorra di base in calcestruzzo.

Decido di completare la vestizione. La manovra è complessa, la tuta è stretta e la traspirazione aumenta. Quando son pronto e salgo in moto, la pioggia termina. Non mi manca molta benzina nel serbatoio ma decido di fare il pieno. Da queste parti ci possono essere anche cento kilometri senza possibilità di rifornire. Appena esco dal paese ed imbocco nuovamente la 99 north, ecco infatti un avviso: “Check your fuel, no gas ahead for 97 km”.

Qui si è tornati a ragionare in kilometri e in litri. Tutto torna ad essere più semplice. Sarà una stupidaggine ma mi dà come l’impressione di essere più vicino a casa.

La strada parte stretta e tutta curve. Si arrampica verso la montagna e con pochi tornanti mi porta sulla neve. Il termometro che ho montato dietro al parabrezza scende costantemente. Sono ben vestito e non sento il freddo. La foresta che sto attraversando è di una bellezza rara. Sul lato della strada scorre un torrente impetuoso e l’acqua spumeggia saltando tra le rapide. Poi la valle si apre ed il torrente sfocia in un lago, intorbidendone l’acqua per un buon tratto. Più avanti, dove la superficie riflette le cime dei monti, l’acqua torna ad essere smeraldina. Si sente l’odore della legna tagliata di fresco, un odore d’altri tempi che mi riporta sulle montagne di casa, nella stagione del taglio, quando andavo con mio padre a prendere la razione per l’inverno, concessa in osservanza degli Usi Civici locali. Tante famiglie sparse nel bosco e si udivano i colpi di accetta, i motori delle seghe ed i canti allegri delle donne. Poi, verso mezzodì, col profumo di legna bruciata si levava quello della carne messa a rosolare sui fuochi. E per un po’ il bosco taceva.

Le valli che sto attraversando sono deserte e per ben due volte rallento e poi mi fermo davanti ad alcuni cerbiatti che passeggiano tranquilli sull’asfalto. Camion non ce ne sono, come del resto non ne ho mai visti da quando ho lasciato le regioni del centroamerica. In un solo giorno, in Equador, ho visto più camion che nell’ultimo mese, qui negli States ed in Canada. Certo le ferrovie ci sono ma non mi sono sembrate nè tante, nè affollate di traffico. In compenso, se mancano i camion, ci sono i camper. Anzi, il traffico è quasi essenzialmente composto da camper ed il 90% sono a nolo e di questi quasi tutti portano le insegne della stessa società di noleggio. Anche gli spazi adibiti a campeggio sono ovunque ed occupano le posizioni più belle.

La pioggia mi ha fatto un regalo. Mi ha seguito con discrezione, facendomi solo una doccetta leggera di tanto in tanto ma allontanandosi quando doveva scaricarsi con forza. Molte volte l’ho vista cadere davanti a me, da nuvoloni congesti, neri, neri, ma poi se ne è sempre andata altrove, lasciandomi passare indenne. E così per tutto il giorno.

Sto seguendo la vecchia traccia dei cercatori d’oro ed i nomi dei paesi portano nomi storici e tipici dell’epoca. C’è “Home 75 miles”, “Home 100 miles” e così via, a ricordare punti di sosta e ristoro per coloro che transitavano esausti sotto il carico dell’attrezzatura tipica del cercatore, lungo un percorso che molti non avrebbero più rivisto. Una folle avventura per molti, una fortuna per pochi. L’economia americana languiva a quel tempo, cercando di risollevarsi dalla crisi del 1890 che aveva portato al fallimento numerose banche e causato una forte recessione. Le ulteriori crisi del 1893 e 1896, avevano ridotto sul lastrico numerose famiglie e mai si era registrato un così alto tasso di disoccupazione. Ecco perchè la notizia della scoperta dell’oro al nord trovò così ampia risposta tra le folle di disperati.
La frenetica Corsa all’oro ne portò decine di migliaia sulle rive del fiume Klondike, nello Yukon, dove nacquero città divenute poi famose e rimaste nella memoria di tutti, grazie ai libri di Jack London, che partecipò di persona alla corsa ed ai numerosi film western sul tema. Da Dawson City transitarono in quel periodo più di 400 tonnellate del lucido metallo.
Ebbene, lungo la 99 North, ogni pochi chilometri una tabella ricorda che si sta seguendo il “Gold Rush Trail” e la tabella riporta il disegno stilizzato di un cercatore con il suo mulo carico di attrezzi. E non dev’essere stata una marcia facile. Lunghissima, attraverso terre inesplorate ed ostili, con interminabili stagioni di freddo intenso e metri di neve ed i pellerossa non sempre disposti ad accettare il passaggio delle carovane.

Oggi ho attraversato numerose riserve indiane. I villaggi sono poveri e molte case sono costituite da semplici carovane in metallo. Nelle cittadine ho visto invece delle belle costruzioni denominate “Tribes Councils” e sono le strutture dove si radunano i capi tribù che costituiscono l’organo di governo per vari gruppi della medesima etnia e/o lingua. Sono pochi tuttavia e generalmente non si vedono in città, non si vedono nei negozi, non ne ho visti lavorare come commessi o impiegati o operai in nessuna delle situazioni che mi hanno portato a contatto con la realtà produttiva del paese. Ma credo che al di fuori delle poche strade e dei piccoli paesi, là fuori, sui monti e lungo i fiumi, siano ancora loro i signori della terra………….


Mappa della distribuzione delle tribù di indiani nativi in British Columbia

 Mappa della distribuzione delle tribù di indiani nativi in British Columbia



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